Post Mortem starts from the recipe as a design device: a set of elements that defines how the collection is built. The research begins in the archive, with the fashion avant-garde, and in particular with the season that followed the wave of hyper-minimalism.
Its references are Paul Harnden, Carol Christian Poell and Maurizio Altieri’s Carpe Diem. What matters is less their aesthetic language than their way of working: removed from the logic of trends, closer to the ritual construction of a garment.
From this imagery the collection reworks historical costume. Shapes, structures and proportions from a specific period are taken apart and carried onto a contemporary body — through pattern cutting, the study of volume and the choice of materials, alongside close research into fashion archives from the 1990s and early 2000s.
The premise is that, over time, a garment does not need to change its form to take on a new identity. Some original structures remain; what shifts is their meaning, the way they are read, and the relationship they build with the body.
Costume stops being static, nostalgic or merely anachronistic, and becomes an open system, available to be reinterpreted again and again.
The collection brings together historical costume, craft and experimental pattern making. It does not try to reproduce an archive aesthetic; it asks how certain structures can still exist today, with a new function, a new method and a new way of meeting the contemporary body.
Some accessories push the costume towards a deliberately ambiguous, almost parodic register. By exaggerating its historical codes, the costume loses its celebratory role and becomes an object of critical reinterpretation and design.
Post Mortem parte dalla ricetta intesa come dispositivo progettuale: un insieme di elementi che definisce il metodo di costruzione della collezione. La ricerca nasce in archivio, dall’avanguardia della moda, e in particolare dalla stagione che segue l’ondata dell’iper-minimalismo.
I riferimenti sono Paul Harnden, Carol Christian Poell e Maurizio Altieri con Carpe Diem. Più del loro linguaggio estetico conta il loro modo di lavorare: lontano dalla logica della tendenza, vicino alla costruzione rituale del capo.
Da questo immaginario la collezione rielabora il costume. Forme, strutture e proporzioni di un preciso periodo storico vengono scomposte e portate su un corpo contemporaneo — attraverso la modellistica, lo studio dei volumi e la scelta dei materiali, insieme a una ricerca approfondita sugli archivi di moda tra gli anni Novanta e i primi Duemila.
L’ipotesi è che, con il passare del tempo, un abito non debba necessariamente cambiare forma per acquisire una nuova identità. Alcune strutture originarie restano; a cambiare sono il loro significato, il modo in cui vengono percepite e la relazione che instaurano con il corpo.
Il costume smette così di essere un elemento statico, nostalgico o puramente anacronistico, e diventa un sistema aperto, continuamente reinterpretabile.
La collezione mette in relazione costume storico, processo artigianale e sperimentazione modellistica. Non cerca di riprodurre un’estetica d’archivio, ma di capire come certe strutture possano esistere ancora oggi, cambiando funzione, metodo progettuale e modo di relazionarsi con il corpo contemporaneo.
Alcuni accessori spingono il costume verso una dimensione volutamente ambigua, quasi parodistica. Esasperandone i codici storici, il costume perde la sua funzione celebrativa e diventa oggetto di reinterpretazione critica e di design.